Il Flauto di Divje Babe

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Durante le vacanze estive sono stata in Slovenia. A Lubiana abbiamo visitato il Museo di Scienze Naturali (dove ci siamo imbattuti in una piccola mostra dedicata alla Luna, forse ne parlerò in un altro post).  Nella parte permanente del museo c’è uno dei reperti più straordinari: il flauto di Divje Babe, intagliato nel femore di un orso delle caverne. È lo strumento musicale più antico mai ritrovato, attribuito all’uomo di Neanderthal, e ha più di 50.000 anni. Nella sala si può ascoltare anche la riproduzione del suo “probabile” suono. Semplice, profondo, primordiale.

E lì mi è tornata in mente una giornata di tanti anni fa con Fabio Alessandri, insegnante steineriano, che ci guidò nella costruzione di un flauto pentatonico in Re, a partire da canne di bambù.

Perché un flauto suoni, le distanze dei fori devono rispettare proporzioni rispetto alla lunghezza del foro che dà il Re. Sono rapporti da seguire con cura, poi si accorda “a orecchio” perché contano anche il diametro del bambù, lo spessore e la misura dei fori. Un foro leggermente più grande alza la nota, quindi conviene praticarlo un po’ più piccolo e in basso, e allargarlo finché l’intonazione è giusta. (Nel corso con Fabio si trattava di canne raccolte tra gennaio e febbraio e stagionate sei mesi.) 

Perché vi racconto questo? Il punto è che quel pezzo di osso ci mette davanti a una possibilità: che già allora, decine di migliaia di anni fa, qualcuno abbia cercato un suono. E per cercare un suono serve fare ordine, misurare, forare. Ascoltare e correggere. In una parola: pensare in termini di proporzione. E se fosse così è una delle prime tracce di pensiero matematico umano.

Il flauto ce l’ho ancora, lo porto in classe e lo uso alternandolo alla kalimba. È il mio strumento, fatto a mano con tanto impegno e dentro ci sono la musica, il tempo e tanta matematica! Grazie Fabio!

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