A che età i bambini imparano a riconoscere i numeri? È una domanda che molti adulti si fanno, soprattutto quando un bambino inizia a indicare le cifre, a nominarle, a confonderle, oppure a scriverle al contrario. Ma riconoscere un numero scritto non significa ancora capirlo davvero. Un bambino può sapere che quello è un “5” e, nello stesso tempo, non avere ancora costruito bene che cosa rappresenta quel 5: una quantità, una posizione, una relazione con altri numeri. Che cos’è che distingue un bambino di prima elementare da uno di terza o di quinta quando guardano numeri scritti su un foglio? La ricerca ci mostra che il modo in cui i bambini “vedono” i numeri cambia radicalmente con l’età e con l’esperienza. In uno studio di Luisa Girelli, Daniela Lucangeli e Brian Butterworth (2000) hanno usato una versione numerica del famoso test di Stroop: quello in cui devi dire di che colore è scritta la parola “rosso”, anche se magari è stampata in blu. Nel loro esperimento, al posto delle parole hanno usato le cifre. Per esempio, mostrano 2 e 6, ma variando anche la grandezza fisica del carattere. A volte il numero più grande è anche stampato più grande (condizione congruente), a volte il contrario (condizione incongruente), a volte i caratteri sono della stessa dimensione (condizione neutra). I partecipanti avevano due compiti diversi: in un caso dovevano dire quale cifra fosse numericamente più grande, nell’altro quale fosse fisicamente più grande. I bambini di prima elementare (6 anni circa) riuscivano a fare i confronti numerici, ma erano fortemente influenzati dall’aspetto percettivo. Se il numero “sbagliato” era scritto più grande, aumentavano gli errori. In altre parole, per loro il significato del numero non era ancora così automatico da prevalere sulla percezione visiva. In terza elementare (8 anni) le cose cambiano: quando devono scegliere il numero più grande, i bambini cominciano a mostrare chiaramente sia l’effetto di facilitazione (quando le due dimensioni coincidono) sia l’effetto di interferenza (quando vanno in conflitto). E anche quando devono concentrarsi solo sulla dimensione fisica, comincia a disturbare la grandezza numerica, segno che il legame tra cifra e quantità si sta rafforzando. In quinta elementare (10 anni) il quadro è ancora più netto: il significato numerico delle cifre è diventato talmente automatico che interferisce sempre, anche quando non serve. Ormai i numeri “parlano da soli”. Negli adulti, infine, questo effetto è ancora più forte e stabile: il cervello non può fare a meno di attivare immediatamente la grandezza numerica di un numero appena lo vede, anche se il compito richiede di ignorarla.

Questi risultati ci dicono che l’automatizzazione della competenza numerica non è un salto improvviso, ma un percorso graduale. All’inizio i bambini trattano i numeri soprattutto come segni grafici, e la loro percezione fisica (grande/piccolo, lungo/corto) conta più del significato. Solo con l’esperienza, la pratica e la familiarità, i numeri diventano simboli che rimandano in automatico a una quantità. Per chi insegna, questo studio prima di tutto ci mette in guardia dal dare per scontato che i bambini “vedano” i numeri come noi adulti. Quando un insegnante mostra il 7, nella sua testa scatta subito l’idea che sia più grande del 4, senza bisogno di rifletterci. Ma per un bambino di prima non è così: il 7 è ancora soprattutto un segno da leggere, da riconoscere, da legare a una parola e a una quantità. Questo vuol dire che è fondamentale dare tempo ed esperienza. Confrontare numeri, ordinarli, spostarli su linee numeriche, ragionare su “più” e “meno”: tutte attività che non sono esercizi ripetitivi, ma passaggi di costruzione di un legame sempre più saldo tra cifra e quantità.

L’automatizzazione non è un dono naturale, ma il frutto della pratica, proprio come imparare a leggere: all’inizio decodifichiamo lettera per lettera, poi le parole diventano riconoscibili a colpo d’occhio. Lo stesso accade coi numeri. L’allenamento quotidiano con situazioni di confronto e ragionamento porta pian piano a rendere automatico ciò che prima richiedeva uno sforzo cosciente, le abilità diventano automatiche attraverso l’esperienza. Dietro ogni competenza c’è un lungo percorso di costruzione, fatto di tentativi, errori, rallentamenti, interferenze. E forse, per noi adulti e per chi insegna matematica in una prima classe la sfida più grande è proprio questa: imparare a vedere i numeri con gli occhi di chi ancora deve costruire quel legame!
Articolo di riferimento:
Girelli, L., Lucangeli, D., & Butterworth, B. (2000). The Development of Automaticity in Accessing Number Magnitude. Journal of Experimental Child Psychology, 76(2), 104–122. https://doi.org/10.1006/jecp.2000.2564

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