Ma quanto è elettrizzante il primo giorno di scuola dopo l’estate? Quando la classe si ritrova, e per un po’ si guarda, si riconosce, capisce di essere di nuovo un gruppo. Quest’anno ricomincio con una seconda, e mi è venuta voglia di aprire l’anno così — con una grande caccia al tesoro. Quello che mi interessa in questi primi giorni è ritrovarci, ricordare come si sta insieme, riscoprire che si può collaborare, decidere, sbagliare e ridere insieme. E ho pensato che la matematica potesse essere il filo conduttore giusto per farlo, fin dai primissimi giorni.
Così mi sono immaginata il prato della scuola trasformato in un percorso di piccole sfide, una dopo l’altra, senza fretta e senza un ordine rigido: non tutte andranno fatte, non c’è un traguardo da tagliare. L’idea è più semplice — restare insieme finché serve, cambiare gioco quando il gruppo è pronto, e lasciare che sia la giornata stessa a dettare il ritmo. Non so quanti di questi giochi riusciremo davvero a fare nei primi giorni, probabilmente nemmeno la metà. E non c’è un obiettivo da centrare: va bene così. Ogni gioco, in fondo, serve solo ad aprire un ragionamento — se poi nasce, se viene fatto tutti insieme. La matematica è un modo per ragionare insieme, per aprire dei piccoli mondi. E perché quei mondi si aprano davvero, ci vuole anche un occhio adulto che sappia starci dentro, insieme a loro.
Sono sicura che, alla prova dei fatti, i giochi non andranno esattamente come li ho immaginati — e per fortuna. Ci si confronta con le colleghe, il gruppo suggerisce le sue strade, e quasi sempre il risultato finisce per essere ancora più bello. Li lascio comunque qui, come uno spunto da cui partire. Perché la cosa in cui credo è che, quando c’è un buon team, l’accoglienza non passa dalle schede anonime scaricate dal primo sito di maestre di turno, ma da un’idea, da un imprinting che si sceglie di dare fin dai primi giorni di scuola. E quale imprinting migliore se non usare il corpo, confrontarsi nel gioco, immergersi nelle dinamiche di gruppo?

Eccoli, uno dopo l’altro, e trovate anche il file PDF per averli a portata di mano:
La statua del numero Dico un numero ad alta voce, e in un attimo il prato si riempie di piccoli gruppi che si formano abbracciati o per mano, esattamente di quella grandezza. Chi resta fuori si siede a guardare il turno dopo. Si cambia numero, e già lì si vede chi conta a mente, chi si guarda intorno, chi aspetta che siano gli altri a sceglierlo.
In fila senza parole Ci si mette in fila seguendo un criterio — l’altezza, la lunghezza del nome, i bottoni sul vestito — ma solo con sguardi e gesti, senza dire nulla. Poi ci si guarda insieme, ad alta voce: come è venuta la fila? E magari si scopre che c’era più di un modo di metterla.
Caccia alla forma Ognuno va a cercare nel prato qualcosa che risponda a una consegna — più lungo di questo, più piccolo del tuo pollice, tondo — una foglia, un sasso, un rametto. Poi ci si ritrova e si prova a raggruppare quello che è stato trovato, disponendolo per terra.
Il fiume Una linea immaginaria divide il prato in due, e a seconda del criterio — capelli lunghi di qua, corti di là, oppure un numero pari di bottoni — ognuno si sposta da un lato o dall’altro. Si cambia criterio più volte, finché sono i bambini stessi a proporne di nuovi.
Il grande conteggio Ognuno raccoglie due o tre oggetti dal prato, poi ci si riunisce e si prova a indovinare quanti sono in tutto. Ogni bambino azzarda una cifra, poi si conta davvero — prima uno per uno, poi raggruppando per dieci — e si scopre chi si era avvicinato di più.
Specchio A coppie, uno di fronte all’altro: uno muove lentamente braccia, gambe, corpo, e l’altro lo rispecchia in modo simmetrico. Dopo un minuto si cambia ruolo. Alla fine si guarda intorno — c’è simmetria anche nel prato, tra gli alberi, tra le foglie?
La catena dei numeri In cerchio, un numero passa di bambino in bambino: ognuno aggiunge uno a quello detto da chi lo precede. Poi si prova al contrario, sottraendo, o saltando di due in due.
Il mio posto sulla linea Una riga immaginaria per terra unisce due punti — uno zero, l’altro venti. Chiamo un numero, e un bambino cerca il punto giusto sulla linea. Poi se ne parla insieme: non c’è un punto esatto da indovinare, ma un ragionamento da fare ad alta voce — se unisco zero e venti, il dieci starà più o meno a metà, e il cinque a metà di quella metà. Sono tutti ragionamenti di misura che vengono fuori pian piano, guardando insieme dove ci si è messi.
Quanti passi? Da qui a lì, quanti passi ci vogliono? Ognuno fa la sua previsione, poi si cammina davvero, contando. E viene fuori che il numero non è lo stesso per tutti — chi ne fa di più, chi di meno — ed è proprio da lì che si comincia a ragionare insieme, su cosa dipenda quella differenza.
Il labirinto umano Dieci bambini sparsi nel prato fanno da ostacoli, e uno con gli occhi chiusi cerca di arrivare a un punto stabilito seguendo solo le indicazioni di un compagno — tre passi avanti, gira a destra, due passi. E magari si scopre che parole come “vai più vicino” o “vai avanti” non vogliono dire la stessa cosa per chi ha gli occhi chiusi.
La scultura del numero Ognuno raccoglie una certa quantità di oggetti naturali e li dispone a terra per costruire una piccola scultura che rappresenti quel numero. Poi si fa un giro a vedere le sculture di tutti, e viene fuori quanti modi diversi ci sono per mostrare la stessa quantità.


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