Convegno CARME 2026

Published by

on

Due giorni immersi dentro la didattica della matematica, in cui si è parlato di scuola, di matematica e soprattutto di cosa significhi stare davvero dentro una classe, costruire relazioni, costruire pensiero, dare forma a comunità capaci di ragionare insieme. Nelle plenarie si sono susseguite tante voci diverse – da Elisa Miragliotta a Francesca Morselli, da Gabriella Pocalana a Cristina Cappola, fino a Luisa Girelli – e forse una delle cose più belle è stata vedere prospettive differenti entrare in relazione. Una di queste riguarda lo spazio dell’aula, che non è mai neutro, perché la disposizione dei corpi, dei materiali, dei tavoli, delle lavagne e dei luoghi di lavoro orienta inevitabilmente il modo in cui si pensa e si apprende. È un tema molto vicino anche alla scuola di cui faccio parte, una scuola Senza Zaino. La presenza o meno della cattedra, il modo in cui i bambini si guardano, si muovono, parlano tra loro, cambia profondamente il tipo di apprendimento che può nascere. Restare seduti a lungo dietro a un banco può facilmente diventare una forma di anonimato, un modo per nascondersi, mentre stare in piedi, al centro di una classe viva, obbliga in qualche modo a esporsi, a prendere parte, a entrare nel flusso del pensiero collettivo.

E poi ancora il tema della narrazione, dello storytelling, del fatto che ogni racconto orienti inevitabilmente il nostro sguardo emotivo su ciò che viene raccontato. Mi sono rimaste addosso immagini molto concrete, per esempio la riflessione sul prendere appunti. Copiare dalla lavagna rischia di diventare un’attività quasi antitetica rispetto alla costruzione di una classe pensante, perché gli studenti possono facilmente confondere il fatto di aver scritto con l’aver capito, l’aver completato il quaderno con l’aver realmente costruito un apprendimento. E ancora il tema delle risposte, del come e del quando rispondere alle domande degli studenti. Perché rispondere immediatamente a tutto rischia di andare nella direzione opposta rispetto a quella di costruire una classe che pensa. Una classe pensante tollera il dubbio, il tempo dell’attesa, l’incertezza, la possibilità di restare per un po’ dentro una domanda senza che qualcuno arrivi subito a chiuderla.

Un altro tema che mi ha colpita riguarda proprio la voce dell’insegnante e lo spazio che occupa dentro la lezione. È un tema che mi sta a cuore e che avevo portato nel laboratorio dello scorso anno, partendo dal lavoro di Navarra e da quello che lui chiama l’indice di presenza dell’insegnante nei processi di verbalizzazione. Quanto parliamo noi adulti? Quanto spazio lasciamo davvero ai bambini e ai ragazzi per costruire parole, ipotesi, collegamenti, idee? A volte pensiamo di fare lezioni dialogate, ma se ci ascoltassimo davvero probabilmente scopriremmo che la maggior parte del tempo stiamo ancora parlando noi. È interessante che questo tema sia tornato anche nei laboratori, attraverso esperienze di insegnanti che hanno iniziato a registrarsi mentre facevano lezione, per poi riguardarsi, sbobinarsi, osservare concretamente che cosa accadeva in aula. Una pratica molto potente, che mi ha ricordato anche il lavoro che viene fatto nei percorsi di tirocinio universitario di Firenze, quando le lezioni vengono osservate e discusse collettivamente proprio per prendere consapevolezza di dinamiche che, mentre siamo dentro la classe, spesso non vediamo.

Accanto alle plenarie, però, ci sono stati i laboratori, che sono forse il cuore pulsante del CARME. Tra i laboratori che ho fatto ci sono stati quelli di Antonella Castellini e Sara Campana. Quello di Castellini restituisce fino in fondo il valore dell’insegnamento come attività artigianale, una pratica costruita nel tempo, fatta di materiali semplici, domande ben poste, tempi, rilanci, parole dette e parole trattenute. Dentro una proposta apparentemente essenziale si aprono problemi veri, interpretazioni diverse, confronti reali. E forse è proprio questo che spesso manca anche in molti contesti ritenuti “laboratoriali”: il fatto di imparare davvero da ciò che emerge insieme. E questi contesti essenziali sono costruiti parimenti attraverso storie, praticate da molto prima di essere “scoperte”: mi ha fatto sorridere proprio la sua ironia sullo storytelling “io lo faccio da una vita, ora si chiama storytelling”, perché dice bene quanto oggi sentiamo spesso il bisogno di teorizzare e rinominare pratiche che nascono invece da un sapere costruito nel tempo, dentro le classi. La dimensione insostituibile del laboratorio emerge anche nel percorso di Campana. Il riferimento al progetto PerContare è chiaro e molti materiali sono accessibili, consultabili, studiabili anche autonomamente. Ma un conto è avere delle informazioni, un altro è attraversarle insieme. Nel laboratorio le proposte acquistano un’altra forza, perché passano attraverso il confronto, le mani, le domande, le interpretazioni condivise e soprattutto lo stile di chi le presenta. Non sono più semplicemente materiali disponibili: diventano esperienza viva.

Foto di Francesca Dinucci (non potevo non rubartela).

E infine mi sono ritrovata dentro una classe con tanti albi illustrati, nel laboratorio che ho portato a CARME siamo partite da alcune riflessioni sul mondo dell’albo illustrato, attraversando anche il prezioso lavoro di Anna Castagnoli e Giorgia Grilli, per arrivare poi alla domanda che mi interessava davvero: che cosa significa lavorare con gli albi illustrati in matematica? Perché ogni albo porta con sé una domanda pedagogica forte: quanta complessità siamo disposti ad affidare ai bambini? Come vogliamo lavorarci? Se usiamo l’albo solo come scorciatoia didattica, come piccolo medicinale da somministrare al bisogno — un albo per introdurre gli angoli, un albo per spiegare la moltiplicazione, un albo per un qualsiasi argomento — forse possiamo trovare qualche spunto utile, soprattutto nei primi anni, ma a un certo punto quella strada rischia di diventare un ramo secco. Non ci porta molto lontano. Abbiamo provato allora a spostare lo sguardo, non l’albo come materiale didattico, non l’albo come pretesto, non l’albo come decorazione gentile della lezione, ma l’albo come oggetto culturale. Qualcosa che richiede una postura diversa: più aperta, più curiosa, più disposta a lasciarsi sorprendere. Portare un albo in classe può essere un dono, come suggerisce Silvia Vecchini, può aprire domande, non chiuderle, può trasformare il nostro modo di guardare l’infanzia, il pensiero, la matematica stessa.

Da lì ci siamo chieste che cosa renda un albo matematicamente potente. Non necessariamente la presenza esplicita di numeri, forme o problemi, ma la struttura profonda che lo attraversa. È stato un viaggio dentro gli albi e dentro il nostro modo di leggerli; un viaggio che si è concluso anche con un piccolo compito: provare a pensare un lavoro matematico a partire da Le cose che passano di Beatrice Alemagna. Una scelta non casuale, perché proprio lì si vede bene quello che avevamo provato a dirci: esistono strutture matematicamente potenti anche in libri che parlano d’altro, se siamo disposti a leggerli con uno sguardo più profondo. E poi c’è questa foto finale, scattata da Fabio, passato di laboratorio in laboratorio in questi due giorni. Uno dei tanti “dietro le quinte” di questo CARME, insieme a chi ha lavorato nel teatro, nella scuola che ci ha accolti, agli organizzatori, ai relatori, a chi ha coordinato tempi, spazi e incontri rendendo possibile tutto questo. Grazie!

Foto di Fabio Brunelli

E un grazie di cuore va anche alla libreria Gli anni in tasca di Pisa e alla sua libraia Teodosia: senza la sua presenza preziosa, senza gli anni passati a parlare di albi, a sfogliarli, discuterli, consigliarli e guardarli con attenzione, questo laboratorio probabilmente non sarebbe mai nato!

Rispondi

Scopri di più da Matematiche non si nasce

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere