La matematica come esperienza, bellezza e giustizia
Emma Castelnuovo non è stata solo una grande insegnante di matematica, è stata una vera e propria rivoluzionaria della scuola. Una donna che, con le mani, gli occhi e il cervello, ha scardinato secoli di matematica intesa come sapere esclusivo e selettivo, trasformandola in una disciplina viva, concreta, accessibile, profondamente democratica.
Franco Lorenzoni (che fu suo allievo alla scuola media) la ricorda come una donna instancabile, agile nel corpo e nella mente, che non si sedeva mai in classe e che costruiva con gli alunni figure geometriche usando spaghi, elastici, pezzi di legno. Quelle costruzioni diventavano domande, esperimenti, pensiero in movimento. “Le mani sono gli strumenti più democratici”, diceva Emma, e da lì partiva a ragionare insieme ai bambini, osservando le trasformazioni delle figure sotto i loro occhi.
Anche Nicoletta Lanciano, professoressa responsabile del Centro di documentazione Emma Castelnuovo, la ricorda come una pedagogista nel senso pieno del termine: un’insegnante che non si è mai limitata alla trasmissione di nozioni, ma ha sempre cercato il senso profondo dell’educazione. Emma non accettava che la matematica fosse usata come arma selettiva. Non accettava che diventasse uno strumento di potere, di esclusione sociale, di differenziazione culturale. Per questo diceva che tutti, proprio tutti, potevano avere un rapporto positivo con la matematica, a patto che fosse vissuta con le mani e con gli occhi, prima ancora che con le parole.
Questa convinzione nasce anche dalla storia personale di Emma. Figlia del matematico Guido Castelnuovo e nipote di Federigo Enriques, crebbe in un ambiente dove la matematica e l’impegno etico-sociale erano intrecciati fin dall’inizio. Dopo le leggi razziali del 1938, fu cacciata dalla scuola pubblica italiana e iniziò a insegnare nella scuola ebraica della comunità romana, con un’urgenza: non lasciare i giovani senza scuola, nemmeno nei tempi più bui. Da lì iniziò una riflessione profonda sull’insegnamento della matematica, sulle sue forme, sui materiali, sui gesti, sulle possibilità di accesso per tutti.
A guerra finita, tornò a insegnare nella scuola pubblica, trovandosi davanti a programmi e libri di testo che considerava assurdi: astratti, dogmatici, incapaci di suscitare interesse. Così scrisse Geometria intuitiva: per le scuole medie inferiori (1949), che Lorenzoni definisce “un libro matto”, capace di capovolgere la matematica scolastica come un calzino. Il punto di partenza non erano più i postulati o le definizioni, ma l’osservazione del mondo, il fare, l’azione. Un approccio rivoluzionario che ancora oggi è di straordinaria attualità.

Nicoletta Lanciano sottolinea che il fare, per Emma, non era mai statico. Criticava, da matematica, i materiali Montessori perché troppo rigidi e separati: i suoi, invece, erano dinamici, permettevano trasformazioni, contenevano il concetto di continuità. Con un filo tra le dita, Emma arrivava a far comprendere l’infinito e l’infinitesimo. I suoi oggetti erano pensati per mostrare come una figura si può trasformare, come una superficie può sparire, come l’area può tendere a zero o all’infinito. Un’idea potente, concreta, profondamente matematica.
Lorenzoni racconta ancora un episodio: quando vide i raggi del sole attraversare una finestra e creare parallelogrammi di luce sul pavimento, Emma costruì una lezione sulle trasformazioni geometriche che ancora oggi lui ricorda. Quella luce in movimento effettivamente spiega meglio di qualsiasi libro cosa sia un’affinità geometrica!
E poi la storia. Per Emma Castelnuovo la matematica era sempre intrecciata alla sua storia, alla vita dei matematici, al contesto delle scoperte. Voleva che i ragazzi capissero che la matematica è una disciplina viva, non un corpo di sapere morto da memorizzare. Una disciplina che richiede il tempo necessario per perdere tempo.

Fino alla fine della sua vita (morì nel 2014, poco dopo aver compiuto cent’anni) Emma continuò a rivedere i suoi libri, a scrivere, a incontrare insegnanti. Fondò anche l’Officina matematica presso la Casa-laboratorio di Cenci, dove docenti di tutta Italia continuano ancora oggi a sperimentare, discutere, costruire materiali. Lì si pratica un’idea di formazione continua, fondata sull’autoformazione, la cooperazione, l’esperienza condivisa.
Nel centro di documentazione che porta il suo nome, oggi custodito presso la sede del Movimento di Cooperazione Educativa, si trovano oltre 3.000 libri, altrettante riviste in molte lingue, guide turistiche, carte antiche, libri di arte, piante, gatti (!): tutto ciò che nutriva la mente di una maestra che sapeva che la cultura è una cosa viva, e che la matematica ha bisogno del mondo per respirare.
Emma Castelnuovo ci ha insegnato che la matematica può essere bellezza, libertà, scoperta. E che non si può insegnare davvero senza coinvolgere la vita.

Rispondi