Le formazioni astronomiche
“Se generazione di giovani insegnanti entreranno in scuole dotate di LIM e tablet inevitabilmente, inesorabilmente, si troveranno a fare cose che fanno male ai bambini, dimenticando ciò che è essenziale, semplice e difficile a farsi.”
(F. Lorenzoni)
A Casa Cenci, in Umbria, ogni anno si svolge l’Officina Matematica di Emma Castelnuovo, un evento che offre tre giorni di formazione immersi nelle suggestive campagne umbre ai piedi di Amelia. Durante questa esperienza potete incontrare Nicoletta Lanciano, che per me rappresenta la maestra del cielo e dell’attesa; oppure Franco Lorenzoni, maestro, scrittore e visionario ideatore del vasto progetto che ha dato vita alla casa laboratorio.

Le formazioni astronomiche proposte a Cenci coinvolgono esperienze di osservazione del cielo di giorno e di notte, la costruzione di oggetti e strumenti, modelli di supporto all’osservazione e all’interpretazione. Si vive l’arrivo del buio all’aperto, si ascoltano racconti di miti sotto il cielo stellato. Il canto e la musica accompagnano la scansione del tempo e delle attività, mentre il corpo riflette i movimenti osservati, consentendo di ricostruire l’esperienza vissuta. Si tratta di un’esperienza coinvolgente che non separa la dimensione emotiva da quella cognitiva, ma permette sinergie fruttuose.
Si tratta di rimettere al centro ciò che spesso la scuola dimentica: il corpo, il tempo, lo spazio reale, l’osservazione ripetuta. Il cielo non si capisce guardandolo una volta sola, e nemmeno sfogliando una pagina o proiettando un’immagine sulla LIM. Il cielo chiede di tornare a guardare. Galileo lo aveva capito bene: guardare e tornare a guardare le stesse cose più volte. Provare e riprovare. Non per confermare subito una spiegazione già pronta, ma per imparare prima di tutto a descrivere ciò che si vede.

Questa è una delle idee più forti della pedagogia del cielo del MCE, un gruppo nazionale di ricerca che da circa trent’anni lavora sul rapporto tra la Terra che abitiamo e il cielo che osserviamo. Una ricerca che intreccia astronomia, matematica, scienze, percezione, narrazione, costruzione di strumenti, movimento, canto, disegno, teatro. Perché il cielo non entra facilmente in una scheda. Ha bisogno di spazio, di tempo e di mani.


Margherita Hack affermava che l’astronomia è spesso poco e male insegnata. Eppure il cielo è stato il primo grande laboratorio dell’umanità. Prima dei manuali, prima degli schermi, prima delle definizioni, c’erano uomini e donne che guardavano l’alba, il tramonto, le stagioni, le ombre, la Luna che cambiava forma, le stelle che tornavano. Il cielo ha costretto l’essere umano a misurare il tempo, a orientarsi nello spazio, a immaginare ciò che non si vede. È stato un laboratorio scientifico, matematico, poetico e narrativo insieme. I momenti di passaggio, come l’alba e il tramonto, sono particolarmente ricchi. Emma Castelnuovo invitava a guardare i casi limite: lì spesso il pensiero si accende. In astronomia i casi limite diventano concreti: l’orizzonte, che separa cielo e Terra; l’alba e il tramonto, che stanno sul confine tra giorno e notte; gli equinozi e i solstizi, che rendono visibile il rapporto tra luce, tempo e posizione della Terra. Anche i poli e l’equatore diventano casi limite dello spazio, luoghi reali e insieme strumenti per pensare.
Il percorso del Sole permette di misurare angoli rispetto al piano dell’orizzonte. L’angolo di altezza zero, quando un astro sfiora l’orizzonte. L’angolo di novanta gradi, quando un oggetto si trova sopra la nostra testa. Sono concetti matematici, certo, ma diventano vivi quando li si stima con il corpo, con il palmo della mano, con un teodolite costruito, con un gesto condiviso. Anche i punti cardinali smettono di essere quattro parole imparate a memoria e diventano una riorganizzazione del proprio modo di stare nello spazio.

Che cosa vedo se cambio latitudine? Che cosa cambia se osservo lo stesso fenomeno in un altro momento dell’anno? Come appare il cielo da un altro punto della Terra? Che cosa succede se mi sposto, se ruoto, se guardo da un’altra prospettiva? Questo “e se…” è forse una delle eredità più vive di Emma Castelnuovo.
In tempi in cui la scuola rischia di confondere l’innovazione con l’accensione di uno schermo, queste formazioni ricordano qualcosa di semplice e difficilissimo: prima di spiegare il mondo, bisogna incontrarlo.
Qui puoi guardare un’intervista fatta al maestro Franco Lorenzoni:

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